
Le crisi in atto stanno rendendo maggiormente auspicabile un rafforzamento del fianco meridionale della Nato. È vero: una tale affermazione potrebbe apparire a prima vista bizzarra, visto che l’attenzione è interamente rivolta all’Europa dell’Est e il Mediterraneo non sembra essere un teatro prioritario. Le cose stanno tuttavia ben diversamente, in quanto gli avversari che l’Alleanza atlantica si trova a dover affrontare a oriente – Russia e Cina – sono gli stessi che deve fronteggiare a Sud. Un rafforzamento del fianco meridionale è quindi funzionale a un consolidamento generale dell’intera Alleanza, che rischia altrimenti di rendersi vulnerabile rispetto alle mire ostili dell’asse sino-russo. È dunque necessario entrare maggiormente nel dettaglio, cercando di capire per quale ragione la Nato dovrebbe accentuare la propria attenzione sul bacino del Mediterraneo.
Negli ultimi anni l’influenza di Pechino e Mosca sull’area si è consolidata. La Cina ha rafforzato innanzitutto la propria longa manus sull’Algeria, attraverso una scaltra diplomazia vaccinale e siglando a marzo con il Paese un accordo da 7 miliardi di dollari nel settore dei fertilizzanti. Il Dragone sta inoltre consolidando il proprio soft power sull’Egitto, facendo leva anche in questo caso sulla diplomazia vaccinale e mostrandosi piuttosto attivo nei comparti del turismo e delle infrastrutture. Era invece aprile del 2021, quando la Cina ha siglato un accordo di cooperazione economica e tecnica con la Tunisia. Nel gennaio del 2022, la Repubblica popolare e il Marocco hanno infine firmato il piano di implementazione per la Belt and Road Initiative: ricordiamo che, negli ultimi anni, i rapporti commerciali tra i due Paesi si sono rafforzati e la stessa Rabat è stata oggetto della diplomazia vaccinale cinese.
Ma anche la Russia nutre un forte interesse per il Nord Africa. Mosca mantiene infatti una significativa influenza politica e militare sulla parte orientale della Libia: un’area, questa, che i russi usano, tra l’altro, come trampolino di lancio per estendere la propria longa manus sul Sahel. Non è un caso che, soprattutto negli ultimi mesi, il Mali sia progressivamente scivolato nell’orbita del Cremlino: un destino che potrebbe presto toccare anche al Burkina Faso. In tutto questo, proprio il Sahel rappresenta un crocevia fondamentale per i flussi migratori diretti verso l’Unione Europea: un fattore, questo, assolutamente preoccupante. La Russia potrebbe infatti cercare in futuro di utilizzarli con l’obiettivo di mettere sotto pressione Bruxelles, secondo un modus operandi già visto all’opera nel novembre del 2021, quando Mosca e Minsk hanno appositamente orchestrato una crisi migratoria per creare tensione sulle frontiere polacche.
Non bisogna tra l’altro trascurare che la crisi alimentare innescata dall’invasione dell’Ucraina avrà prevedibilmente i suoi impatti peggiori proprio su Africa e Medio Oriente: un fattore, questo, a cui la Russia potrebbe ricorrere per manipolare i flussi di migranti diretti verso il bacino del Mediterraneo.
Al di là delle mire dirette di Cina e Russia, un terzo fattore di rischio da considerare è costituito dal ruolo dell’Iran. Stretta alleata di Mosca, Teheran si è recentemente avvicinata anche a Pechino, siglando nel marzo del 2021 un patto di cooperazione dalla durata di ben venticinque anni. A marzo scorso, l’Iran ha inoltre espresso l’intenzione di sostenere il Cremlino contro le sanzioni occidentali. Ebbene, Teheran ha già mostrato di poter mettere in atto operazioni di pirateria, come evidenziato dal recente sequestro di due petroliere greche nel Golfo Persico. Inoltre, la Repubblica islamica porta avanti un pericoloso programma balistico che, lo scorso marzo, è incorso in ulteriori sanzioni da parte degli Stati Uniti: un programma balistico attraverso cui il regime degli ayatollah potrebbe teoricamente colpire vari Paesi membri dell’Alleanza atlantica (tra cui la stessa Italia).
Un quarto elemento problematico è poi rappresentato dal rischio dell’aumento di fenomeni come il jihadismo nell’area mediterranea: un fattore che potrebbe essere indirettamente aggravato dall’attuale crisi ucraina. Come già accennato, il Cremlino sta mobilitando nell’invasione dell’Ucraina miliziani provenienti dalla Siria e, in parte, dalla stessa Libia. Ebbene, a maggio scorso, il Washington Post ha riferito di preoccupazioni, secondo cui tali soggetti armati dai russi potrebbero in futuro accrescere l’instabilità in Medio Oriente e Nord Africa, alimentando magari delle organizzazioni improntate al terrorismo islamista.
I rischi che la Nato corre nel Mediterraneo sono quindi elevati. E sarebbe pertanto opportuno che la leadership dell’Alleanza iniziasse a prestarvi seriamente attenzione. Del resto, ciò non significherebbe trascurare il fianco orientale ma capire semmai che si tratta di dossier inestricabilmente correlati. Sotto questo aspetto, l’obiettivo prioritario della Nato a Sud dovrebbe essere quello di una stabilizzazione della Libia: un Paese che, negli ultimi mesi, è purtroppo tornato sull’orlo della guerra civile. In primis, una Libia stabilizzata garantirebbe un’importante fornitura di gas all’Unione Europea, rendendo quindi quest’ultima assai meno dipendente da Mosca sul piano energetico. Sotto tale aspetto, una Libia stabilizzata scongiurerebbe anche il rischio di pericolosi cortocircuiti. Un esempio è proprio quello dell’Italia, che sta acquistando gas dall’Algeria: quella stessa Algeria che intrattiene ottimi rapporti con il Cremlino, tanto da aver votato contro la risoluzione che sospendeva la Russia dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. In secondo luogo, una Libia stabilizzata potrebbe essere l’occasione per sferrare un duro colpo proprio all’influenza del Cremlino sulla parte orientale del Paese. Insomma, stabilizzare la Libia rafforzerebbe indirettamente la comunità transatlantica, rendendo le sanzioni antirusse più efficaci e indebolendo la longa manus di Mosca sull’area.
È chiaro che questi due obiettivi non possono che essere graditi a Washington. Non va dall’altra parte trascurato che gli Stati Uniti stanno negli ultimi anni cercando di ricalibrare il loro coinvolgimento in varie aree dello scacchiere internazionale, per concentrare maggiormente la loro attenzione sull’Indo-Pacifico e arginare così la minaccia cinese in loco. Tuttavia l’iperattivismo politico, economico e – in alcuni casi – militare di Russia e Cina nel Nord Africa non può non costituire una fonte di preoccupazione per gli americani. In tal senso, sarebbe opportuno che Washington pensasse a un’evoluzione della Nato in senso regionalista: questo scenario offrirebbe infatti almeno due vantaggi. Il primo sarebbe quello di un’organizzazione più efficiente dell’Alleanza: un’organizzazione che valorizzerebbe tutti i suoi fianchi, considerando finalmente la sfida sino-russa a livello sistemico, anziché in modo rapsodico. Il secondo vantaggio consisterebbe nel fare maggiore affidamento sulle potenze regionali: potenze che, per storia, relazioni e posizione geografica, hanno magari una migliore conoscenza del contesto geopolitico in cui si trovano. Ciò può rivelarsi un fattore decisivo, onde evitare erronee valutazioni che rischiano di portare a operazioni fallimentari o mal condotte.
Va da sé che, qualora venisse adottato questo approccio, gli Stati Uniti dovrebbero individuare gli alleati maggiormente affidabili in ciascuna area. Ora, per quanto concerne il fianco meridionale della Nato, non è affatto assurdo ritenere che questo ruolo di leadership regionale possa spettare all’Italia. Va infatti sottolineato che Washington non si fida della Francia di Emmanuel Macron, il quale – oltre ad aver definito la Nato “cerebralmente morta” nel 2019 – ha anche spalleggiato nel recente passato Khalifa Haftar in Libia: quel Khalifa Haftar che, ricordiamolo, gode dello storico sostegno del Cremlino e che ha potuto contare quindi sull’appoggio militare dei mercenari del Wagner Group. In tutto questo, ben difficilmente Washington si fiderà di Ankara che, sia a livello regionale sia nell’ambito della Nato, sta portando avanti una politica profondamente spregiudicata e caratterizzata da ambigui rapporti con Mosca.
È alla luce di queste prevedibili preoccupazioni americane che l’Italia potrebbe giocare un ruolo di primo piano nel fianco meridionale della Nato. Uno scenario auspicabile, rispetto a cui sono però doverosi alcuni paletti ben precisi. Roma deve innanzitutto accettare di assumersi dei rischi: le sfide nel Mediterraneo, lo abbiamo visto, sono molteplici e pericolose. Un eventuale ruolo di leadership nell’area deve quindi essere in caso valutato con rigoroso realismo, nella consapevolezza che il nostro Paese non può più permettersi una “diplomazia sdentata”: ammesso che sia mai stato veramente utile, il dialogo fine a sé stesso oggi è un’opzione non più praticabile. È necessario agire. E agire, a volte, implica la necessità di assumersi dei rischi. L’alternativa è quella di ritrovarsi relegati a ruoli marginali.
In secondo luogo, l’Italia deve rifuggire da quelle pericolose ambiguità che hanno talvolta caratterizzato la propria politica mediterranea nel corso dei decenni: il rilancio della leadership regionale di Roma può avvenire infatti soltanto all’interno di una chiara e rigorosa collocazione atlantica.
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