
Gli investimenti nel mondo del cloud, del 5G e del 6G devono essere incardinati dentro a un progetto non tanto europeo quanto atlantico. L’Italia all’interno dello schema potrebbe rivendicare alcuni ingranaggi e tornare a fare sviluppo del prodotto. Per questo la decisione dell’Ue di trasformare il continente in una piattaforma digitale (vedi decisione febbraio 2020) deve essere colta per blindare i perimetri di ingresso ed evitare che aziende al di fuori dell’Alleanza riescano a sfruttare la burocrazia Ue a loro vantaggio.
In Occidente, siamo comprensibilmente abituati, pur con modulazioni diverse da paese a paese, a concepire lo sviluppo tecnologico in termini di mercato, di concorrenza tra imprese, di competizione tra soggetti privati (o in qualche caso anche tra “campioni nazionali” a partecipazione pubblica). E non c’è dubbio sul fatto che questa sia una visione corretta. C’è tuttavia anche un lato “macro” che non può essere trascurato: in altre parole, esiste pure una competizione complessiva tra “sistemi”, che sarà inevitabilmente accentuata dai nuovi scenari di potenziale guerra fredda in cui siamo immersi: da un lato, i paesi raccolti nell’Alleanza atlantica; dall’altro, i paesi che, a partire da quelli che sono direttamente o indirettamente collocati in orbita cinese, puntano a rappresentare un’alternativa di sistema rispetto al blocco occidentale.
Se le cose stanno in questi termini, scattano alcune oggettive conseguenze: la competizione tecnologica assume e assumerà sempre di più un carattere di sfida geopolitica, ragion per cui non potrà mai essere irrilevante il fatto che a guidare lo sviluppo di un certo settore sia un soggetto occidentale oppure – ad esempio – un soggetto cinese: conquistare un ruolo di primazia in settori trainanti e strategici non sarà “solo” un successo di mercato conquistato dall’uno o dall’altro operatore, ma costituirà una tappa di una competizione geostrategica complessiva. Troppi derubricano di volta in volta il tema a mera gara tecnologica o a pura competizione economica: non cogliendo il fatto che siamo davanti alle tappe di una sfida esistenziale, di un confronto di fondo per la leadership nel pianeta.
In settori sensibili o comunque di particolare delicatezza tecnologica, occorre monitorare ogni penetrazione estera (e in qualche caso, se vi sono rischi, precluderla o limitarla): la questione del golden power, della sua regolamentazione teorica e della sua applicazione pratica, assume dunque una rilevanza sempre maggiore e via via più sistematica, tendenzialmente estesa a un numero di ambiti in altri tempi impensabile.
Occorre naturalmente salvaguardare i principi del mercato e della concorrenza, a maggior ragione per marcare la differenza tra modelli di società aperta e liberale e modelli chiusi e autoritari, ma acquisisce una speciale rilevanza il tema delle asimmetrie: ha senso praticare il mercato perfetto verso chi – a parti invertite – lo nega sistematicamente? E ha senso esporre oltre ogni ragionevolezza settori critici e sensibili alla penetrazione di soggetti che, al di là della loro formale connotazione giuridica privata, rispondono comunque in tutto e per tutto – nei loro paesi – alla mano pubblica, ai governi, a linee strategiche autoritarie e anti-Occidentali? Come trovare un corretto bilanciamento, pragmatico, equilibrato, non ideologico, tra le ragioni dell’apertura e del mercato e quelle della precauzione?
Sia in termini di ricerca sia nella fase di produzione, la cornice più appropriata entro cui collocare ogni riflessione strategica e di politica industriale non è più solo quella europea, ma necessariamente quella atlantica e occidentale. Anzi, una parte non irrilevante di sforzo politico deve essere rivolto ad evitare che lo sviluppo europeo (nei campi della sicurezza e della difesa, dell’alta tecnologia, delle infrastrutture strategiche) assuma una curvatura e un orientamento “terzo” tra Alleanza atlantica e potenze eurasiatiche. Al contrario, occorre che la pur fisiologica autonomia europea si esprima e si sviluppi in termini di armonia e convergenza, di sinergia e complementarietà, rispetto agli altri membri non Ue dell’Alleanza atlantica.
Contestualmente, nei settori nei quali è più evidente l’arretratezza e la non competitività europea (digitale, 5G, intelligenza artificiale, ricerca farmaceutica, solo per citare alcuni macroscopici esempi), occorre vigilare affinché – con maggiore o minore grado di consapevolezza – non vengano commessi due errori particolarmente gravi: da un lato, ostacolare (con motivazioni varie: fiscali, normative antitrust, ecc) i “campioni” americani e dell’Anglosfera; dall’altro, esporsi oltre misura alla penetrazione di operatori e soggetti eurasiatici.
E infine, tema non certo ultimo per importanza, occorre declinare in questo contesto anche l’interesse nazionale italiano: bisogna dunque favorire e incoraggiare la ricerca e lo sviluppo all’interno della cornice atlantica e occidentale; proteggere e valorizzare, in quel contesto, le specificità e le potenzialità italiane; evitare che la pur fisiologica competizione inter-europea e inter-atlantica si risolva in termini penalizzanti per le nostre imprese e i nostri “campioni”, accettandone un ruolo gregario e subordinato, a partire ad esempio dall’aerospazio.
Per tutte queste ragioni, dunque, gli investimenti e le scelte strategiche nel mondo del cloud, del 5G e del 6G, devono sempre essere incardinati dentro un progetto non tanto europeo ma atlantico. È l’Italia, all’interno di questo schema, deve rivendicare spazi e agibilità, anche tornando a fare sviluppo del prodotto.
La stessa decisione dell’Ue di trasformare il continente europeo in una piattaforma digitale (anche dando ai cittadini identità digitali “viaggianti” su sistemi blockchain) deve essere colta in due sensi: sul lato interno, pur avendo ben presente quanto gli sviluppi digitali siano promettenti e positivi, occorre garantire un adeguato controllo democratico ed evitare che le novità tecnologiche si prestino a usi politici volti a comprimere – anziché estendere – le libertà di individui, famiglie e imprese.
Sul lato esterno, occorre blindare i perimetri di ingresso ed evitare che aziende al di fuori dell’Alleanza riescano a sfruttare a proprio vantaggio le caratteristiche (o le eventuali vulnerabilità e porosità) del sistema europeo. In questo ambito, Melkart studierà e svilupperà strategie di fusione del mondo editoriale con quello del contactless e dell’uso dei microchip, ma anche più semplicemente cercherà di sollecitare la politica su uno sviluppo delle reti e delle infrastrutture suggerendo partnership straniere mixate con la giusta dose di local content.
Resta infine – non certo ultimo per rilievo – il tema delle infrastrutture fisiche tradizionali, a partire dal sistema portuale e delle reti energetiche. In particolare l’Italia, sull’uno e sull’altro fronte, è già stata massicciamente esposta a interessi e mire aggressive da parte di soggetti estranei all’Alleanza atlantica. Quei settori richiedono dunque particolare attenzione: sono snodi nevralgici per definizione, e la ricerca di vantaggiose opportunità non può tuttavia risolversi in clamorosi errori strategici. Melkart si propone di studiare strategie di fusione del mondo editoriale con quello iper tecnologico per sollecitare la politica su uno sviluppo delle reti e delle infrastrutture suggerendo partnership straniere mixate con la giusta dose di local content.
Energia e sovranità energetica
La crisi ucraina sta mettendo in evidenza i problemi che affliggono l’Unione Europea sull'approvvigionamento energetico.
Rafforzare il fianco Sud della Nato
Le crisi attualmente in atto stanno rendendo maggiormente auspicabile un rafforzamento del fianco meridionale della Nato.
Industria della Difesa
Pur inseriti dentro l’Unione europea, gli italiani potranno e dovranno tornare ad avere un dialogo e una partnership diretta con gli Usa e non solo.
Aspetti legislativi su tecnologia, energia e Difesa
Per paradosso, il diluvio normativo esistente in Italia non esenta il nostro paese da lacune, ritardi, obsolescenze.
Difesa comune Ue ed equilibri mediterranei
Al di là delle singole missioni militari e delle formalità tra reparti le bandierine piazzate nel Sahel dovrebbero servire a riannodare i fili.


